I giorni passano con la stessa velocità con cui giro le pagine della mia agenda. E così mi ritrovo qui a pensare che dall'ultimo post è passato un sacco di tempo, in cui ho avuto tante cose da scrivere, ma tutte su fogli volanti carta da riciclo biglietti del treno scontrini cartoline tovaglioli. Adesso, che vorrei farne una filza ordinata, non saprei da dove cominciare. Sarebbe più opportuno descrivere le sensazioni accalcatesi durante un viaggio lungo tutto lo stivale per raggiungere un amico che si sposa o provare a raccontare la bellezza del rumore dei fiocchi di neve sopra una tenda, mi chiedo. Narrare richiede forse delle regole. Tuttavia, forse queste vengono meno quando non si inventa, ma semplicemente si parla di se stessi, a se stessi ed agli altri, scoprendo che una tenda sottile di parole nasconde significati che a noi per primi potevano restare sconosciuti. Di certo, amare un uomo di poche parole costringe a considerare quest'ultime sotto un punto di vista del tutto diverso da quello valutato fino ad oggi. Così, nonostante la quantità di pezzi carta, frammenti di me sparsi ovunque, mi accorgo che pian piano il mio stile si fa più scarno, e il cuore più grande. 'E' meglio avere un grande cuore e poche parole, piuttosto che molte parole senza cuore', diceva Gandhi. O almeno è quanto sostiene la mia insegnante di yoga. Fatto sta che le credo, e che la mia agenda, nonostante il mio solito turbinare in lungo ed in largo, si è fatta più ordinata. di me restano, indispettite e fioche, poche parole.

Postato alle 16:29 di venerdì, 23 ottobre 2009


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L'odore dei pini si mescola a quello delle grigliate di pesce. Il mio motorino, costretto ad una gimcana tra i profumi, quasi sbanda.

Postato alle 11:10 di domenica, 16 agosto 2009


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Alle volte si vorrebbe che il viaggio durasse di più. Invece succede, proprio mentre sei lì lì per mettere i pensieri in fila ordinati come bambini che aspettano il suono della campanella, che la porta si spalanchi. Immagini, suoni, emozioni, parole, espressioni, profumi si accalcano davanti all'uscita e tu sei già pronto ad infilarti le cuffie e a salutare con la mano gli occasionali compagni di viaggio mentre, con la testa bassa, ti dilegui insieme a loro nel disordine estivo. Sconcertata, eppure apparentemente sicura, perché certi pensieri si fanno con lo sguardo fisso ed il passo veloce. Tutto sembra ovattato, persino il sole di agosto. Una sigaretta quasi spenta ti fa sembrare seducente l'asfalto. Vorresti riavvolgere nastri per ascoltare ancora e ancora parole centellinate con coscienza, vorresti avere il tempo per spiegare. Ma non c'è mai tempo, c'è da fare, si scivola via con la pioggia che deve ancora cadere, si anticipa, si ottimizza, ci si nasconde. E come ci si difende da un'eccessiva sensibilità, ti chiedi, come si può non morirne. Ti sembrano improvvisamente puntuali i due termini scelti da un amico per la sua biografia, che suonano calzanti come un paio di scarpe nuove. La miglior difesa è l'anoressia relazionale. Peccato che questa non ti appartenga, e tu possa solamente provare a coltivarla come un effimero bonsai.
Postato alle 18:48 di mercoledì, 05 agosto 2009


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Ma una domanda mi viene in mente

e faccio attenzione che nessuno la sente

perché in certe ore sogniamo sempre il mare

e ci sembra tutti insieme di navigare

navigare su una piccola barca

che a noi sembra un'enorme arca

un'arca carica di mille insetti e mille animali

e a noi sulle spalle ci crescono ali

sì è così l'ora è  sempre un mistero

quando sei sovrappensiero”

                                               (A. Catalano)


Sono stata a lungo affacciata ad una finestra che dava su un cortile in cui non si vedeva nemmeno un lenzuolo sventolare. Mi sono persa alla ricerca di passi furtivi e di voci nel vento che non arrivavano. Aspettavo, come le donne dei ritratti. Cosa, non sapevo. Nelle ore di attesa i pensieri si rincorrevano e berciavano tutti insieme senza darmi tregua. Io volevo silenzio per capire come mai in quel cortile non passasse nessuno, e avevo in cambio uno stonato disordine. Stamattina mi sono alzata, e ancora addormentata ho attraversato la stanza e ho aperto le imposte. Mi sono stropicciata gli occhi con le mani, ma non era un sogno. Uomini fatti di parole passavano su barche fatte con la carta di giornale, e si sbracciavano per salutarmi dal cortile trasformatosi in canale di inchiostro. Ho intinto nel pennino  allungando il braccio, e ho scritto. Ho scritto tutto quello che avevo in testa e prima non riusciva ad uscire. E ho pensato a Seneca, che, ignaro, aveva tracciato segni di un quadro surrealista, quando diceva "E' l'animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi". Poi ho iniziato uno scritto con queste parole.


'A chi non è mai successo di affacciarsi ad una finestra sovrappensiero, anche solo per immaginare cosa potrebbe esserci nel panoramana quotidiano che a noi pare sempre il solito, o per la curiosità di sporgersi su un mondo conosciuto che ogni istante muta, se non nel paesaggio, almeno nel nostro modo di intenderlo ed osservarlo. A volte, affacciati alla finestra, il tempo si ferma, o vola, in un'intesa di istanti personale che  è ansia di scorgere il nuovo ed attesa di qualcosa di inespresso. Dalla propria finestra, il senso prospettico muta in soggettività di sentimento: ognuno scorge ciò che vuole vedere, o immagina ciò che vorrebbe ci fosse. E' un gioco che facevamo da bambini, nascondendo il volto con le mani alla ricerca ripetitiva di un viso familiare, è  la ricerca adulta di un espediente che riconduca dolcemente alla mente la nostra fantasia.'


Se diventeranno un progetto realizzato, come spero,mi tufferò nel canale e abbraccerò quell'omino di lettere che in sogno mi ha detto che il cuore è come il resto del corpo. Si ammala, ma poi guarisce.

Postato alle 15:38 di domenica, 02 agosto 2009


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nella tua bocca, le mie parole sembrano haiku.

oppure.

nella tua bocca, le mie parole, sembrano haiku.

oppure.

le mie parole sembrano haiku, nella tua bocca.

oppure anche come diresti tu, che va benissimo.

 

Postato alle 19:35 di martedì, 14 luglio 2009


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Se esistono i mostri mangiaparole, perchè uno di questi doveva ingozzarsi proprio con le mie?
Postato alle 11:26 di sabato, 11 luglio 2009


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La triglia appoggiata elegante tra le zucchine mi comunica un senso di serenità. Come se, come stai sostenendo tu, mangiare fosse ciò che ci più ci conferma il nostro senso, la nostra volontà e possibilità di essere vivi. Trovo che sia un pensiero riposante, quello di riconoscere l'armonia del mondo in una verdura delicatamente disposta attorno ad alcune scaglie rosa. Ti dico che sei zen, e la cosa ti fa quasi andare di traverso un grissino. Mi mancava il tuo sorriso triste, la tua mano grande sulla testa. Tu mi dici che condividiamo una consapevolezza. Che alla fine, ciò che resta è essere vivi, e nient'altro. Mi dici molte altre cose, in questa giornata di vento, mentre la brezza muove le tende del dehor del ristorante e si ostina a voler spostare il ciuffo dalla mia fronte. Stranamente non mi sento fuori posto. Sono un pesce nel suo mare, a casa di qualcuno che sa cosa voglio dire e mi dice che non c'è bisogno che lo dica mentre sto cercando le parole. Scatti una foto dietro l'altra, ordini un parfait e una selezione di sorbetti, parli di canzoni che ti fanno piangere. Io chiudo gli occhi, ancora increduli per la sorpresa. Hai mantenuto la promessa, mi ripeto. E non c'è niente di più bello di questo mezzogiorno di sole.
Postato alle 19:54 di domenica, 21 giugno 2009


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Tra il muro e la tappezzeria, solo polvere di me.
Postato alle 14:43 di lunedì, 15 giugno 2009


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La mia tastiera è il mio specchio. Come in una magia riflette sui tasti tutto quello che scorgo seduta alla toeletta che non ho, mentre non spazzolo i capelli troppo corti. Nelle mie espressioni inquiete si riconoscono parole che sfuggono dalla punta della matita chiusa nell'astuccio, vaso di Pandora instabile e stanco. L'inchiostro nero come i miei occhi disegna punti di domanda che sulla superficie di vetro appaiono al contrario. La punta delle dita segue il contorno di pensieri racchiusi in una figura fragile come il vetro che la riflette. Le smorfie si traducono in frasi ironiche, il dolore in assenze mute. Il cuore, nascosto, non si vede.
Postato alle 19:39 di martedì, 02 giugno 2009


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La mia vità è una tela di Penelope. Qualcuno di notte la tesse, e qualcuno di giorno la disfa.
Postato alle 09:32 di lunedì, 25 maggio 2009


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