I giorni passano con la stessa velocità con cui giro le pagine della mia agenda. E così mi ritrovo qui a pensare che dall'ultimo post è passato un sacco di tempo, in cui ho avuto tante cose da scrivere, ma tutte su fogli volanti carta da riciclo biglietti del treno scontrini cartoline tovaglioli. Adesso, che vorrei farne una filza ordinata, non saprei da dove cominciare. Sarebbe più opportuno descrivere le sensazioni accalcatesi durante un viaggio lungo tutto lo stivale per raggiungere un amico che si sposa o provare a raccontare la bellezza del rumore dei fiocchi di neve sopra una tenda, mi chiedo. Narrare richiede forse delle regole. Tuttavia, forse queste vengono meno quando non si inventa, ma semplicemente si parla di se stessi, a se stessi ed agli altri, scoprendo che una tenda sottile di parole nasconde significati che a noi per primi potevano restare sconosciuti. Di certo, amare un uomo di poche parole costringe a considerare quest'ultime sotto un punto di vista del tutto diverso da quello valutato fino ad oggi. Così, nonostante la quantità di pezzi carta, frammenti di me sparsi ovunque, mi accorgo che pian piano il mio stile si fa più scarno, e il cuore più grande. 'E' meglio avere un grande cuore e poche parole, piuttosto che molte parole senza cuore', diceva Gandhi. O almeno è quanto sostiene la mia insegnante di yoga. Fatto sta che le credo, e che la mia agenda, nonostante il mio solito turbinare in lungo ed in largo, si è fatta più ordinata. di me restano, indispettite e fioche, poche parole.
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L'odore dei pini si mescola a quello delle grigliate di pesce. Il mio motorino, costretto ad una gimcana tra i profumi, quasi sbanda.
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“Ma una domanda mi viene in mente
e faccio attenzione che nessuno la sente
perché in certe ore sogniamo sempre il mare
e ci sembra tutti insieme di navigare
navigare su una piccola barca
che a noi sembra un'enorme arca
un'arca carica di mille insetti e mille animali
e a noi sulle spalle ci crescono ali
sì è così l'ora è sempre un mistero
quando sei sovrappensiero”
(A. Catalano)
Sono stata a lungo affacciata ad una finestra che dava su un cortile in cui non si vedeva nemmeno un lenzuolo sventolare. Mi sono persa alla ricerca di passi furtivi e di voci nel vento che non arrivavano. Aspettavo, come le donne dei ritratti. Cosa, non sapevo. Nelle ore di attesa i pensieri si rincorrevano e berciavano tutti insieme senza darmi tregua. Io volevo silenzio per capire come mai in quel cortile non passasse nessuno, e avevo in cambio uno stonato disordine. Stamattina mi sono alzata, e ancora addormentata ho attraversato la stanza e ho aperto le imposte. Mi sono stropicciata gli occhi con le mani, ma non era un sogno. Uomini fatti di parole passavano su barche fatte con la carta di giornale, e si sbracciavano per salutarmi dal cortile trasformatosi in canale di inchiostro. Ho intinto nel pennino allungando il braccio, e ho scritto. Ho scritto tutto quello che avevo in testa e prima non riusciva ad uscire. E ho pensato a Seneca, che, ignaro, aveva tracciato segni di un quadro surrealista, quando diceva "E' l'animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi". Poi ho iniziato uno scritto con queste parole.
'A chi non è mai successo di affacciarsi ad una finestra sovrappensiero, anche solo per immaginare cosa potrebbe esserci nel panoramana quotidiano che a noi pare sempre il solito, o per la curiosità di sporgersi su un mondo conosciuto che ogni istante muta, se non nel paesaggio, almeno nel nostro modo di intenderlo ed osservarlo.
Se diventeranno un progetto realizzato, come spero,mi tufferò nel canale e abbraccerò quell'omino di lettere che in sogno mi ha detto che il cuore è come il resto del corpo. Si ammala, ma poi guarisce.
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nella tua bocca, le mie parole sembrano haiku.
oppure.
nella tua bocca, le mie parole, sembrano haiku.
oppure.
le mie parole sembrano haiku, nella tua bocca.
oppure anche come diresti tu, che va benissimo.
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